TRADUZIONI DA CLASSICI ITALIANI

Dante, Sonetto

Tanto gentile e tanto onesta pare

la donna mia, quand’ella altrui saluta,

ch’ogne lingua deven tremando muta,

e li occhi no l’ardiscon di guardare.

 

Ella si va, sentendosi laudare,

benignamente d’umiltà vestuta;

e par che sia una cosa venuta

da cielo in terra a miracol mostrare.

 

Mostrasi sì piacente a chi la mira,

che dà per li occhi una dolcezza al core,

che 'ntender no la può chi no la prova:

 

e par che de la sua labbia si mova

un spirito soave pien d'amore,

che va dicendo a l'anima: Sospira.

 

(Da Vita nuova, cap. XXVI)

Dante, Sonnet

So winsome and so worthy seems to me

my lady, when she greets a passer-by,

that every tongue can only babble shy

and eager glances lose temerity.

Sweetly and dressed in all humility,

away she walks from all she’s praiséd by,

and truly seems a thing come from the sky

to show on earth what miracles can be.

So much she pleases every gazing eye,

she gives a sweetness through it to the heart,

which he who does not feel it fails to guess.

A spirit full of love and tenderness

seems from her features ever to depart,

that, reaching for the soul, says softly «Sigh.»

(Da Dantes' Lyric Poems)


Pulci, Morgante

 

La casa parea cosa bretta e brutta,

vinta dal vento, e la natta e la notte

stilla le stelle, ch’a tetto era tutta;

del pane appena ne détte ta’ dotte;

pere avea pure e qualche fratta frutta,

e svina, e svena di botto una botte;

poscia per pesci lasche prese all’esca;

ma il letto allotta alla frasca fu fresca.

 

(Da Morgante, XXIII:47)

Pulci, Morgante

The house to oglers ugly seemed, and seedy,

wind-worn; and the reed’s rattle and the night

distilled the stars down through the gaping roof;

the hermit with a crust and crumb of bread

had pairs of pears and some leftover fruit;

he tipped and tapped a barrel most bartenderly,

and then for fish some fishy scales he caught:

but, ho, not bad, the bed with shoots was wrought.

[Parafrasi: «La casa pareva cosa sordida e brutta, / battuta dal vento, e il canniccio [di copertura] e la notte / lasciano filtrare il lume delle stelle, perché [la casa] aveva quel solo tetto; / del pane [il romito] appena ne diede talvolta; / pere aveva soltanto, e un po' di frutta frantumata, / e spilla ed esaurisce subito una botte [i.e. era quasi vuota]; / poi [per offrire] pesci prese delle lasche con l'esca; / ma allora [i.e. dopo mangiato] il letto fu di frasche fresche»].

[Versione letterale: «La casa agli scrutanti brutta sembrava e malandata, / sconquassata dal vento; e il cigolare del canniccio e la notte / facevano stillare le stelle per il tetto tutto buchi; / l'eremita insieme a una crosta e molliche di pane / aveva paia di pere e qualche rimasuglio di frutta; / rovesciò e batté un barile proprio come un banconiere, / e poi come pesce, indefinibili scaglie prese; / ma, oh, niente male, il letto era fatto di virgulti.»]

Tasso, da Il mondo creato

Invisibile ancor la nuda terra

Era dianzi creata, e non adorna,

Quasi novo teatro, e voti i seggi

In cui non sia chi miri, oppur contenda:

Che nati ancora i miseri mortali

Non erano a vederla; e vasta ed erma

Solitudine inculta i campi e i monti

Empiea d'orrore, e le deserte arene.

Non spiegavano ancor l'ombrosa chioma

Gli albeIi eccelsi, e di lor fronde e d'ombra

Non facean vaga scena a' verdi colli.

Non fiorivano ancor rose e ligustri,

E i giacinti, e i narcisi, e gli altri fiori,

Né dipingeano il seno a' prati erbosi,

Né fean lieta ghirlanda a' chiari fonti.

Era quasi coperta ancor de l'acque,

Ché parea tenebroso e fosco il velo

Onde ascosa tenea l'orrida faccia,

E le squallide membra, e 'l rozzo grembo,

Quasi attonita ancor l'antica madre.

E 'l ciel sublime ancor non era adorno,

Né 'l mirabil lavoro in lui distinto

Splendea d'un bel sereno, e d'aurei fregi,

E di segni lucenti. E 'l sol, rotando,

Non scotea l'immortale ardente lampa.

Né la candida luna in colmo giro

Gli s'opponeva, o con argentee corna

Per distorto camin volgeva il corso.

Mancavan le carole, e 'l suono, e i cori,

E delle fisse stelle e de l'erranti

Lui non cingeano ancor l'alte corone.

Né creata era ancor la vaga luce.

Ma su la faccia de gli oscuri abissi

Eran tenebre oscure. In tale aspetto

Nascendo ancor non si vedeva il mondo.

(Primo Giorno, vv. 388-422)

 

Tasso, da Creation of the World

The naked earth was still invisible

and with no ornament when it was made,

like a new theater with empty seats

and with no actors and no audience,

for there were no sad mortals on it yet,

to watch it. An enormous solitude

filled every mountain, every unsown field

with horror, and with fear all barren sands.

No lofty tree displayed its shady locks,

making a festive landscape of green hills

with both its leaves and shade. No roses yet,

no privets, no narcissi as yet bloomed,

no hyacinths, no buds of any kind;

nor was the meadow's heart happily hued

or the clear fountain gladly garlanded.

With water nearly covering her all,

our ancient mother was astonished still,

as underneath a black and horrid veil

she seemed to hide her squalid, frightened face,

her still unshapened womb and fearful limbs.

Still unadorned was all the sky above,

nor was the wondrous work that made it live

shining as yet through fair serenity

and golden decorations and bright dots.

Nor did the sun in all its wheeling speed

shake the immortal lantern of its light.

The snowy moon in its completed course

was not yet standing there in front of it,

nor were its horns of silver to be eyed

along a crooked pathway in the night.

Carols and sounds and choirs not yet lived,

and diadems of fixed and mobile stars

were lacking round the luster of a sun.

The happiness of light was not yet there,

for on the face of every dark abyss

darkness alone existed. At its birth,

the world could not in any way be seen.

1982              (First Day, vv. 401-437)

Leopardi, «L'infinito»

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

Spazi di là da quella, e sovrumani

Silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensier mi fingo; ove per poco

Il cor non si spaura. E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello

Infinito silenzio a questa voce

Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,

E le morte stagioni, e la presente

E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s'annega il pensier mio:

E il naufragar m'è dolce in questo mare.

(Dai Canti, XXII)

Leopardi, «Infinity»

Fond I was ever of this lonely hill,

And of this hedge, that from my view conceals

The farthest limit of the firmament.

But, sitting here and gazing, I can feign,

Far and beyond it, still unbounded space,

And an unearthly silence, and the deepest

Quietude where my very heart is nearly

Frightened. And as this moment I perceive

The wind around me rustling through these trees,

To that unending silence soon I liken

The passing of its voice: eternity

I so recall, and all the seasons dead,

And with its lively stir the present one.

Founders in such immensity my mind,

And drowning in this sea is sweet to me.

(From Leopardi's Canti)

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