Formazione di un poeta

Formazione di un poeta italoamericano*

Devo scusarmi per l’uso costante della prima persona in queste pagine; ma l’umiltà che me lo suggerisce va di pari passo con l’orgoglio che queste stesse pagine rende possibili. È orgoglio di una persona la cui esistenza ha incontrato e incrociato troppe altre grandi esistenze per restarsene inerte e improduttiva. Perciò raccogliendo l’invito del Professor Pane a rendere pubblico il patrimonio italoamericano del periodo post-La Guardia – un patrimonio ancora tutto da conoscere e apprezzare – parlerò di alcune grandi personalità che hanno plasmato gli anni della mia formazione in America; e in tale luce, Gente Mia[1] apparirà quale documento biografico e non soltanto autobiografico.

Credo che alcuni di voi conoscano già una mia poesia intitolata “La parola difficile”. Vi si trova descritto il dramma, o meglio il trauma, di un giovane ventitreenne che incontra il padre per la prima volta al molo 86 del porto di New York. Se qui ne cito la parte finale, è perché vorrei portare alla vostra attenzione il disperato bisogno d’affetto di quel giovane in una terra a lui ancora ignota, nella quale suo padre stesso improvvisamente gli appariva estraneo:

Oh, siam cresciuti disgiunti noi due –

tu senza figlio, io senza padre. L’ultima,

la meno definibile tragedia

dell’emigrazione è questa: abitua,

col tempo, anche il pensiero a rassegnarsi

a mancanza d’amore, anticipando

così la morte. Famiglia riunita

significa soltanto riunione

di volti, non d’affetti.

O in questo istante io non penserei

con tanta invidia agli stormi d’uccelli

a nuovo clima remoto migranti

ma ancora uniti nel gran vento ostile.

Padre, al miracoloso nuovo ritorno

di primavera, quegli stessi uccelli

tornano al nido non dimenticato;

ma, Padre, tu ed io non mai potremo

tornare a quello che non è esistito.

Perciò, se vuoi, chiamami ancor di nome,

se, cioè, il tuo labbro è lento a dire

quella parola che avresti dovuto

dir sempre, sin a renderla te stesso.

Oh, se la fede genera dolore,

perdoniamoci ora

a vicenda, nel nome dell’amore:

pur senza nome, Padre,

calda è la fiamma e splende.[2]

 

Era il settembre del 1947. La seconda guerra mondiale era finita da soli due anni. L’Italia sconfitta che mi ero lasciata alle spalle era un paese devastato che io nella mia ingenuità paragonavo alla Terra desolata di T.S. Eliot.[3] Che l’America vincitrice fosse tutt’altra cosa me l’aspettavo, naturalmente; ma non avrei mai immaginato di trovare nella comunità italiana un vigore letterario che gli eventi bellici, lungi dall’attenuare, avevano curiosamente rivitalizzato. Non tardai molto a scoprire che, forse proprio a causa delle ostilità fra Italia e Stati Uniti, gli italoamericani erano riusciti a rafforzare l’amore per le loro due patrie come mai prima d’allora.[4]

L’ignoranza degli emigrati italiani è stata tanto sbandierata, e a torto,che qui occorre spendere qualche parola su un particolare tipo di sottobosco letterario[5] non ancora esplorato dagli addetti – intendo dire quell’attività poetica in italiano e nei dialetti italiani per anni apparsa su periodici quali Il Progresso Italo-Americano, La Follia, La Lucerna e Divagando, per non citare che i maggiori dell’area di New York.[6] Fu soprattutto il bistrattato Progresso a capire un’esigenza dei nostri emigranti che i sociologi erano ancora ben lungi dall’approfondire: il loro schietto per quanto incolto bisogno di esprimersi. Rilevante, nel giornale, era una rubrica di poesia che presentava agli italoamericani sonetti e odi scritte dalla loro stessa gente – barbieri, sarti, muratori, e anche insegnanti e medici.[7] Si trattava, è vero, di poesie per lo più così mediocri e patetiche, così deboli e mancanti di celeste scintilla, da ripugnare a pignoli o sprezzanti “Aristarchi Scannabue”. Prezzolini, per esempio, fece strage di coloro che evidentemente considerava una minaccia alla solenne purezza della “voce” toscana; ma gli sfuggiva il fatto che, esprimendo le loro emozioni nella musica del loro dialetto o in quartine semi-italiane (il che in molti casi voleva dire sgrammaticate), quei “trapiantati”[8] vivevano nella felice illusione di non essersi del tutto sradicati. Egli, inoltre, non fu in grado di cogliere la connaturata genialità di un’etnia, manifestantesi nel fatto che quella gente seppe ricavare il massimo dalla propria istruzione di prima o seconda elementare. Ma ci fu qualcosa di più importante di cui Prezzolini non s’accorse, nella propria torre d’avorio della Casa Italiana alla Columbia University, e cioè l’atmosfera in qualche modo culturale che quei “poetastri”erano riusciti a creare per sé e intorno a sé.[9] E in verità, uomini come Italo Stanco, Rodolfo Pucelli, Giuseppe Incalicchio, Francesco Greco, Pietro Greco, Riccardo Cordiferro, Lorenzo Lucarelli, Giuseppe Zappulla, Nino Caradonna, Ario Flamma, Enzo Giustiniani, John Alifano, e donne come Lia Spezzano, “Alma Fidelia”, Maria Vecchione e Mary Iacovella, si scrivevano pubblicamente lettere in versi, facendo in certo modo rivivere l’epoca della tenzone medievale e rinascimentale che, sia come sia, riuniva i poeti attorno a una lingua, se non attorno a un paese. Fu per questo che i poeti del sottobosco italoamericano, nel migliore dei casi ignorati dall’Italia letteraria, avvertirono il bisogno di metter su dei circoli nei quali, in totale vicendevole ammirazione e sollecitazione, questi sfortunati alunni delle Muse (siciliani, calabresi, pugliesi, abruzzesi e perfino toscani) leggevano e discutevano le proprie poesie edite e inedite, e dove si recitavano a mente interi capitoli dei Promessi Sposi o canti della Divina Commedia.[10] “Roba da capitale d’Italia”[11], si direbbe! Tanto era vivace e creativo l’anelito intellettuale dei nostri emigrati, che essi erano portati a registrare in forma poetica, e in toni umili ma eloquenti, i fatti memorabili della loro storia. Alla morte di Rodolfo Valentino, uno di questi anonimi bardi nostri volle dire quanto segue:

Dallu ’spidale e sciuta la nutizia

che tutto ’o munno agghienchie di mestizia:

di tutti l’Italiani era conforto

e mo Rodolfo Valentino è morto.

O Pateterno ’nciele l’ha chiamate,

dove tenime ’nu sante avvucate.

Pure l’America s’ha misse ’o lutte:

figli d’Italia, chiagnite tutte![12]

Non solo. Ciascuno di quei circoli produceva un fervore artistico che, a sua volta, rese possibile la nascita e il successo di varie compagnie filodrammatiche in tutta l’area metropolitana. Attori quali Giuseppe Sterni, Adziaro Carpi, Gino Caimi, Armando Cennerazzo, Sandrino Giglio, Nicola Paone, i Gardenia, Dino De Luca, e attrici come Mimì Aguglia, Diana Baldi, Mimì Cecchini e Maria Iannella erano divenuti i numi tutelari della comunità. Quasi ogni sera la Academy of Music di Brooklyn faceva il pienone di italoamericani provenienti da tutti e cinque i distretti di New York per assistere ai drammi più disparati, da La passione e morte di Gesù Cristo a La morte civile.[13] Se in aggiunta a tutto ciò pensiamo alla popolarità enorme di Carlo Buti, la cui voce sembrava rinverdire fra gli italoamericani i fasti dell’epoca in cui Gatti-Casazza era direttore del Metropolitan Opera House (dove i nostri connazionali erano gli spettatori in piedi più entusiastici e acclamanti), il riconoscimento di quanto fu realizzato dai nostri antenati ci fa sentire così piccini in confronto, da farci dire che noi dovremmo guardare al futuro avendo in mente il nostro passato.

Bisognerebbe che prima o poi venisse assegnata una tesi di dottorato che esplorasse questo nostro, chiamiamolo pure, sottobosco artistico e letterario, allo scopo di determinare: 1) la percentuale di coloro che, magari spronati dalla suggestione di una rubrica giornalistica, in qualche modo ripresero il corso di studi interrotto; 2) quale regione italiana produsse il maggior numero di poeti o verseggiatori, e perché; 3) stabilire se, al di là del valore letterario, le loro poesie riuscirono a esprimere i due sentimenti fondamentali – nostalgia e americanizzazione – legati alla storia dell’emigrazione o conseguenti ad essa; 4) se più di altri i figli di quei poeti furono sollecitati a studiare l’italiano nelle scuole americane, e con quali risultati; e infine 5) se l’avidità di sapere di questo nostro artigianato[14] letterario, così attivo e incline ai libri, corrispondesse a quella liberazione dall’ignoranza che produsse i Sacco e Vanzetti e inevitabilmente nutrì la militanza antifascista di un Giovannitti o di un Carlo Tresca.

Era questo il mondo italoamericano che io ereditai al mio arrivo e che subito chiamai mio, ansioso com’ero di dimostrare che il mio sradicamento era stato prestabilito molto prima del mio sbarco a New York. Come o per via di chi io venissi introdotto nell’intimo di questo mondo, non ricordo. Ma ricordo con estrema evidenza un vecchio d’aspetto nobile, alla cui presenza io stavo reverente, se non quasi ginocchioni, come Dante davanti a Catone l’Uticense. Era Antonio Calitri, ex-prete di un paesino in provincia di Foggia, che aveva sposato un’ebrea nel Bronx, era stato il primo insegnante di italiano in una scuola superiore di New York, e per di più – ciò che maggiormente contava ai miei occhi – aveva avuto l’ardire di tradurre Shelley (proprio Shelley!) a giovamento degli italoamericani.[15] I suoi Canti del Nord-America,[16] con prefazione nientemeno che del cerbero Prezzolini, sono una raccolta poetica rilevante, non tanto per il retroterra classico dell’autore, che nella retorica carducciana aveva trovato l’ambito a lui più congeniale, ma per la scelta dei temi, che non aveva precedenti: vita e vicissitudini degli italoamericani. È vero che il gran vecchio non aveva il dono della proverbiale ala poetica, altrimenti non avrebbe avuto bisogno di attingere a The Future of America di H.G. Wells per la composizione più ambiziosa e meno riuscita della sua collezione;[17] eppure egli fu il primo a capire che una poesia genuinamente italoamericana doveva svincolarsi dalle pastoie del patetico e del sentimentale, e concentrare invece le proprie energie sulla vita di ciascuna Little Italy e sull’eroismo dei nostri pionieri.

Fu Calitri che un sabato pomeriggio mi fece conoscere Onorio Ruotolo. L’atelier di Ruotolo, al numero 15 di Union Square, non avrebbe certo incontrato l’approvazione di Tiziano; ma lo scultore italoamericano non aveva mai avuto la ventura di trovare un Pietro Aretino che lo aiutasse ad estendere la sua influenza. Il locale, non grandissimo, era ingombro di quelle che potrebbero chiamarsi le credenziali di un artista: busti, schizzi, cavalletti, gessi e creta nel massimo caos. In bella vista su altri cimeli spiccava la dedica sgrammaticata ma struggente di Vincenzo Gemito al suo allievo americano. Mi ricordai subito della perorazione di D’Annunzio nei confronti dell’indigente maestro napoletano, senza sapere che era stato l’appello battagliero di Ruotolo a provocare l’intervento del Principe di Montenevoso. Eccomi dunque là, in un modesto studio d’arte dove i busti di Caruso,[18] Dreiser e Keller – arte, letteratura e storia – si mescolavano nella fecondità di un’unica vita. Proprio in quello studio poeti e artisti si ritrovavano ogni sabato pomeriggio, immancabilmente, per la loro consueta eppur sempre imprevedibile rimpatriata. Quel giorno, mentre ero seduto proprio al posto che era stato occupato Jack London senza che lo sapessi, fui invitato a portare il sabato seguente una mia poesia da leggere, una qualunque – in versi liberi o che altro fosse – purché rappresentasse il mio contributo alla vitalità del gruppo. Prima che mi apprestassi a tornare nel Bronx, Onorio Ruotolo mi fece dono della medaglia per l’insediamento di Fiorello La Guardia. Su una faccia della medaglia si vedeva il viso rotondo di cherubino del nuovo sindaco, sull’altra c’era un riflesso della turbolenza di quei tempi, che la sensibilità dello scultore aveva baldanzosamente proiettato nell’immagine di Ercole con una torcia fiammeggiante che brucia le teste minacciose della mitica Idra. Questa facile allegoria (Fiorello contro Tammany Hall[19]) era un vero e proprio autoritratto di Ruotolo: possente, leonino, tempestoso in parole e in atti; avviandosi ai settant’anni aveva ancora un’esuberanza giovanile, anche se in essa faceva a volte capolino un briciolo di posa giovanilistica.[20]

La sua fama era declinata, ed egli sembrava rendersene conto, ma la sua nativa struttura, certo fuori dal comune, e improntata a grandiosità, lo portava a compensare la perdita dei passati splendori con una vulcanica girandola di idee e di iniziative. Gli piaceva parlare della “Leonardo da Vinci Art School” che lui e Attilio[21] Piccirilli avevano fondato col benestare di Fiorello La Guardia.[22] E amava ricordare la passata frequentazione di personaggi quali Enrico Caruso, Rodolfo Valentino, Helen Keller, Theodore Dreiser, Jack London, non per crogiolarsi alla luce di quei grandi, ma perché sapeva bene di essere stato pur sempre investito da un raggio del loro splendore. Il ruolo a lui gradito di “pontifex maximus” gli veniva confermato sia dai suoi sodali, che incapaci di cogliere i limiti della sua preparazione culturale,[23] bevevano attoniti ogni sua parola, sia da coloro che, subito consci dei rischi di metterlo su un piedistallo, per cautela e rispetto trattavano il monumento con benevolenza. Insomma, Ruotolo era il tipo d’uomo che sapeva far apparire magnifiche e accattivanti anche le proprie manchevolezze. Poiché era soprattutto l’azione personificata.

Regolari frequentatori del circolo di Ruotolo eravamo Antonio Calitri, Italo Stanco, della Follia,[24] Oscar Mazzitelli, che aveva studiato alla “Leonardo da Vinci Art School”, Salvatore Viola, col suo eterno sogno di aprire una libreria al Village, Pietro Greco, poeta del sottobosco, ed io, il più giovane, e l’unico a possedere una laurea in lettere (dettaglio insignificante, che servì forse solo a convincerli del fatto che la mia natura taciturna non era indizio d’incapacità mentale). E c’erano presenze occasionali: ospiti di passaggio, artisti, scrittori, e perfino persone venute per posare, le quali, avendo preso un appuntamento con lo scultore, si ritrovavano da lui costrette a star lì per tutta la durata della riunione; e se ingenuamente protestavano di non capire l’italiano – lingua ufficiale del circolo – Onorio imperiosamente replicava: “L’italiano lo capiscono tutti: basta volere”. Tutto qua: basta volere. Ruotolo era così.

In una di quelle riunioni del sabato pomeriggio Onorio annunciò un suo nuovo progetto: la pubblicazione dei “Quaderni del Circolo”. Aveva già elaborato tutti i dettagli: costi di stampa, distribuzione, prezzo al pubblico, e per ultimi ma non ultimi, gli argomenti da trattare. Il primo Quaderno doveva essere la sua traduzione italiana della poesia di Arturo Giovannitti “The Walker”, preceduta da una feroce invettiva contro Emilio Cecchi, “quel farabutto che ha sempre voluto ignorare il nostro Arturo”.[25] Il secondo doveva trattare la poesia di Emily Dickinson, e dovevo essere io a scriverlo; non solo, ma mi venne data la precisa direttiva di compiere e consegnare il lavoro entro due settimane, tempo sufficiente a scrivere un poema epico, pensava Onorio. E così mi trovai costretto a rileggere l’opera omnia di Emily Dickinson, senza prevedere che quella mia appassionata ricerca avrebbe dato frutti non in America ma in Italia. Il primo dei “Quaderni”, pubblicato dall’Editore Morgillo, uscì nell’autunno del 1950, come programmato.[26] La quarta di copertina di questo pezzo da collezione annunciava i titoli di prossima pubblicazione. Purtroppo la collana fu ben presto relegata nel limbo delle buone intenzioni; la qual cosa voleva semplicemente dire che la mente di Ruotolo spaziava per altre pasture. Ma voglio menzionare tre delle sue continue iniziative e dei suoi innumerevoli progetti, per me i maggiori, senza i quali la mia esperienza italoamericana non sarebbe intensa come è stata ed è.

In quello stesso anno fu Onorio a far sì che io mi ricordassi del primo centenario della morte di William Wordsworth. Con mia meraviglia, non aveva dimenticato il poeta della mia tesi di laurea. E così pubblicai sulla Lucerna un articolo commemorativo in cui frettolosamente compendiavo i punti salienti di una tesi a cui stranamente non avevo più pensato.[27] Ma accadde anche altro in quel fatidico 1950. Dopo aver letto all’intero gruppo un articolo che aveva appena finito sulle tribolazioni e i trionfi di Vincenzo Gemito, suo maestro napoletano, Ruotolo mi fece, con tono perentorio: “Quando torni a casa, comincia a pensare a un poema su Gemito”. Ricordo che usò il termine “poema” e non “poesia”. Mancava ancora un anno e mezzo al primo centenario della nascita del Maestro, ma Onorio aveva già messo sull’avviso Alberto Viviani, a Firenze, per un numero speciale di Divagando, con articoli, illustrazioni e una “canzone celebrativa”. Non ebbi tempo di risentirmi d’esser trattato come uno del sottobosco letterario, al quale venivano commissionate perfino le misure di una poesia, come se fosse un vestito. Da studente universitario in Italia avevo insegnato storia dell’arte, e perciò non avevo bisogno di mettermi a studiare per appassionarmi a opere di Gemito quali l’“Acquaiolo” o il “Pescatorello”; né avevo dimenticato la magnifica apoteosi dannunziana della “vittoria” e del “gemito”[28] prefigurati nello stesso nome del Maestro. Il seme che aveva covato nella mia mente era dunque vicino a maturazione. La mia “Canzone di Vincenzo Gemito” (la cui terza rima forse ancora rispecchiava la mia ammirazione per la dannunziana  “Canzone in morte di Giuseppe Verdi”) apparve in Divagando insieme agli articoli di Ruotolo e di Viviani.[29] Tutto ciò – me ne rendo conto – è di ben poco interesse, tanto più che, all’età di ventisei anni, non avevo ancora imparato a liberare il verso dal turgore della mia formazione classica. Eppure, nonostante la sonorità sfarzosa e la scintillante sovrabbondanza, quella Canzone fu notata da un vecchio poeta che viveva ormai in isolamento ma non ignorava le voci giovani di New York. Pochi giorni dopo,[30] giunse una lettera che mi recava l’elogio e il beneplacito di Arturo Giovannitti, il quale, con delicatissimo e quasi anacronistico atto di amorevolezza, mi inviava una foglia di alloro, quasi incoronandomi e dandomi il benvenuto nel suo mondo di gloria.[31]

Arturo Giovannitti, il poeta, la leggenda! Naturalmente io mi affrettai a ringraziarlo alla maniera di ogni poeta giovane: con un serto di sonetti dedicati a lui, nei quali mescolavo impetuosamente orgoglio, ammirazione, gratitudine e quel che conoscevo dei suoi canti e del suo animo. La susseguente corrispondenza con il poeta di “The Walker” rallegrò Ruotolo. “Ed ora che si fa?”, mi chiese un bel giorno, quasi riflettendo sulla sua stessa domanda. “Andiamo o non andiamo a trovarlo?”, disse poi quasi suggerendomi la risposta. Perché non ci avevo pensato?

La mia prima visita ad Arturo Giovannitti – mi faceva da Virgilio Onorio Ruotolo – non ebbe affatto l’alone che mi aspettavo. Nessuno mi aveva messo sull’avviso, e perciò non ero psicologicamente preparato a uno spettacolo di sofferenza così vicino eppure così diverso dallo scenario inumano di devastazione e morte che aveva fatto da sfondo alla mia giovinezza. È naturale e quasi logico raffigurarsi un poeta quale personificazione della sua poesia; e in Arturo io m’immaginavo di trovare lo strenuo agitatore – alto, bello, infuocato – dello sciopero di Lawrence, nel Massachusetts. E invece eccolo lì, semiparalizzato, immobile in un letto, ombra del proprio passato.[32] Se non fosse stato per un che di autorevole nella voce e soprattutto negli occhi, non avrei certo ricollegato quel dimesso fardello di membra umane al battagliero angelo dei miei giorni prenatali. Sono sicuro di aver risposto a tutte le domande che Arturo mi fece, ma da parte mia non osai fargliene alcuna. Con mio sollievo, la conversazione fu monopolizzata da un Onorio loquace e torrenziale più che mai. Mentre con reciproco diletto lui e Giovannitti snodavano un argomento dopo l’altro (Antonini, Bellanca, Montana, Crivello, Viviani di Divagando, Scilla de Glauco della Lucerna, Marziale Sisca della Follia, ecc.), io non potevo fare a meno di trovare in Arturo una strana, quasi inevitabile, combinazione di somiglianze letterarie e storiche. Se osservavo il suo viso tondeggiante, con una barba liscia e rossiccia che sembrava conferirgli eminenza, ci vedevo Garibaldi e mi chiedevo come e per quale insondabile ragione dopo tutte le sue battaglie fosse venuto ad arenarsi in un paesino del Connecticut.[33] Se guardavo le sue spalle, rese più ampie da un minuscolo guanciale puntellato dietro la schiena, pensavo al Farinata di Dante “da la cintola in su”.[34] Ma quella particolare luce che aveva negli occhi lì per lì non potei associarla a nulla di quanto avessi mai letto o sentito dire su di lui. Era lo sguardo lungimirante del poeta, che scrutava sovrumane regioni di serenità e di pace. Ancor oggi so che non mi sbagliavo se pensai a Francesco d’Assisi. In seguito avrei avuto modo di conoscere meglio questo taglio insospettato della personalità di Arturo Giovannitti. Al termine di quella prima visita sentivo che era cominciata una nuova amicizia destinata ad arricchirmi la vita. Divenni l’ultimo e il più giovane degli amici di Arturo, quasi un suo figlio spirituale e di sicuro, se mi si consente di dirlo, un suo pupillo.

Il fato (o dovrei dire la Provvidenza?) mi diede il privilegio e la gioia di consolare se non rallegrare gli ultimi cinque[35] anni della vita di Giovannitti.[36] Ogni settimana, facendo un tratto a piedi da casa mia nel Bronx, andavo a fargli visita nel suo nuovo e ultimo appartamento, un modesto seminterrato che Florence, la sua compagna e infermiera che non rideva mai eppure lo adorava, aveva subito trasformato in una casetta accogliente. Ogni mercoledì sera, come se fosse un rito, io ero seduto al suo capezzale ad ascoltarlo o leggergli poesie. Naturalmente, ricorrendo a tutte le mie sottigliezze mentali, cercavo di strappargli preziosi dettagli circa il processo di Lawrence. Ma la mia sempre più manifesta curiosità si scontrava con un suo modo sempre più strategico di eludere l’argomento. Alla fine mi resi conto che Arturo, che era il proprio passato, non viveva nel passato. Il suo spirito, che aveva arricchito un’epoca, si rifiutava di trarre sostentamento dalle proprie ricchezze. Sembrava che solo il presente impegnasse il suo interesse, e il presente per lui adesso era la poesia del mondo quale quella che San Francesco aveva visto e cantato. Una volta addirittura gli dissi che forse dovevo chiamarlo Frate Francesco. “Frate Ginepro”, ribatté tutto compiaciuto; e aggiunse, parlando seriamente: “Perché non scrivi una poesia su Frate Ginepro che predica a Times Square?”[37] Spesso aveva dei regalini per me: un fiore da una delle sue piante, una scatola di caramelle, una riproduzione in miniatura del ritratto di Petrarca fatto da Memmo, una prima edizione della Figlia di Iorio, un mazzetto di basilico fresco, una bottiglia di vino fatto in casa, ecc. La delicatezza del suo donare superava il dono stesso.[38] Annientato com’era adesso, la sua vita era divenuta la sua poesia più alta. No, non si era mai assuefatto al dolore fisico, che di mercoledì in mercoledì vedevo considerevolmente più tormentoso; ma tale era la fermezza della sua vita interiore che non c’era sofferenza fisica, pur insopportabile, da poterne piegare lo spirito. Era stoicismo? Era fede? Giovannitti tornava forse a essere il seminarista che era stato da giovane? Gli ultimi dieci anni della vita di Arturo coincisero con i primi dieci anni della mia produttività letteraria, che ufficialmente cominciò con la pubblicazione di “The Return”, il poemetto che vinse il Greenwood Prize della Poetry Society of England. Buttata giù a matita e con mano tremolante, l’ultima pagina che Arturo scrisse nella sua vita si intitola “Giuseppe Tusiani, poeta inglese”.[39] Ma intanto nella mia vita si erano verificati altri due avvenimenti importanti.

Credo fosse l’estate del 1951 quando, con l’impulsività che era il suo marchio, Onorio Ruotolo mi disse o piuttosto mi impose di scrivere un breve cappello per “Le Gebbie”, una poesia di Giuseppe Antonio Borgese che aveva letto in una rivistina italiana e voleva vedere ristampata nella Parola del Popolo di Chicago. Naturalmente ne aveva già informato il direttore, Egidio Clemente, che già attendeva il mio pezzo. Mondadori in quel periodo ristampava le Poesie di Borgese del 1922, e per Ruotolo e Clemente il fatto meritava d’esser portato all’attenzione del pubblico.[40] Scrissi dunque la mia breve nota introduttiva e la mandai a Chicago. Semplice, avrebbe detto ancora una volta Onorio! Ma allora non immaginavo che Borgese, l’autore di Rubè e della Vita e il libro, sarebbe entrato nella mia vita proprio per quella paginetta scritta con titubanza. “Le Gebbie” apparve nella Parola,[41] e Onorio placò i “bollenti spirti”.[42] La lettera di Borgese mi arrivò un mesetto dopo. Se piove, dubiti della pioggia? E perciò come potevo non credere ai miei occhi? I mie ventisette anni fecero un salto di gioia – per dirla col mio Wordsworth – e sono sicuro che in cielo Dio mi perdonò la debolezza di aver memorizzato all’istante queste due frasi da quella prima lettera delle varie che Borgese mi scrisse: “Lei è critico che aggiunge pensiero al pensiero e canto al canto”, e “Spero in una Sua collaborazione”.[43] Fu la seconda delle due frasi a farmi rendere conto che mi si schiudevano nuove prospettive e si delineavano nuovi orizzonti. Ansioso di sapere che tipo di collaborazione avesse in mente, mi diedi a studiare febbrilmente il Borgese che non conoscevo: quello del suo esilio americano, la sua attività antifascista, i suoi rapporti con Luigi Sturzo, Gaetano Salvemini e Lauro de Bosis.[44] Un nuovo mondo si apriva per me. O ero io che giungevo così a conoscere meglio e più addentro il mondo di Arturo Giovannitti, di Onorio Ruotolo, di Carlo Tresca? Ora facevo parte di quel mondo, e mi sentivo degno della fiducia di Borgese nei miei confronti. Prima di aprire la sua lettera dell’8 settembre 1952[45] (nel frattempo c’era stato uno scambio di poesie inedite e valutazioni critiche), nel mio ardimento già mi vedevo al lavoro su un libro di Borgese e Tusiani. Giuseppe Antonio Borgese voleva conoscermi, ma, leggendo e rileggendo quella lettera, tremavo all’idea di incontrarlo. Mi vedevo del tutto ammutolito o al massimo balbettante di fronte a simile uomo. Neanche immaginavo che la morte incombente mi avrebbe chiamato a testimoniare e registrare le ultime ore di Borgese in America.

Incontrai il Maestro, per la prima e ultima volta, la sera dell’11 settembre al Rocco’s Restaurant del Greenwich Village di New York. Eccola, quella luce penetrante dei suoi occhi (mi avevano detto che richiamavano gli occhi di Mazzini), attraverso cui la forza del pensiero lampeggiava prima ancora di manifestarsi con parola lenta e rocciosa.[46] Attorno a lui, al tavolo centrale, sedevano la figlia più piccola di Thomas Mann, Elizabeth, moglie di Borgese, con le loro figliolette Angelica e Domenica; Augusto Bellanca, la signora Ruotolo, Onorio (nel cui studio il Maestro aveva poco tempo prima posato per un busto), e tre altri uomini, i cui nomi purtroppo non ricordo. Onorio, il dinamico artefice delle cena in onore di Borgese alla vigilia del suo ritorno all’Italia democratica e alla sua cattedra nell’università di Firenze, cortesemente (e, devo dire, intenzionalmente) mi cedette il suo posto cosicché potessi sedermi accanto all’ospite d’onore. Quei primi minuti – o secondi? – mi sembrarono insostenibili. Giuseppe Antonio Borgese non aveva affatto l’aria del letterato. Basso di statura, spalle larghe, pelle scura, il labbro inferiore accentuatamente protruso, lo si sarebbe scambiato per un brigante antisavoiardo della sua nativa Sicilia. Sì, la sua caratteristica maggiore era il potere ipnotico degli occhi, che gli consentiva di osservare e, passando inosservato, divenir tutt’uno con la sua osservazione. Se non fosse stato per Augusto Bellanca,[47] i cui commenti in perfetto siciliano facevano sorridere il Maestro, forse mi sarei sentito del tutto annientato dal potere magnetico di quegli occhi fissi su di me. Ma all’improvviso, quasi per miracolo, l’accento del suo dialetto siciliano riportò Borgese su questa terra e a me. Mentre gli altri ospiti riprendevano la loro conversazione, che le due bambinette arricchivano dei loro toni argentini, il Maestro si rivolse a me come se ci fossi solo io, e mi disse: “Ieri sera ho scritto una poesia su mia Madre, e vorrei fargliela sentire”. Dopo un attimo di silenzio, guardando davanti a sé come se ci fosse un’altra presenza – sua madre stessa, richiamata in vita dal suo amore incommensurabile – cominciò a recitare dei versi, scandendoli lentamente e caricando ogni pausa di sottili sensi inespressi:

Il fotografo che ti ritrasse non disse:

“Sorrida! S’inumidisca un poco il labbro!”

Perché eri pura e triste…

Sono passato per il tuo corpo

per venire a questa luce,

ch’è già lunga… e cala…

Che ne sarà?... Mamma![48]

La lunga pausa che interruppe l’ultimo verso fu straziante. Pur se circondato da amici, Borgese era solo sulla soglia di un mondo in cui bisogna entrare da soli. Per fortuna, in quel momento non si volse a me per trovare aiuto ma a un altro dei suoi pensieri – o meglio, a Dio:

Io non ho nulla.

Quello che ho mi fu dato da Te in prestito.

Ed ecco io a Te lo rendo, Signore.[49]

In questo modo aveva risolto da sé la questione che nessun altro avrebbe mai potuto risolvere per lui. Perciò quando mi chiese: “Le piace?”, fu facile per me rispondere, pensando alla parabola dei talenti: “È una preghiera”. “Ma l’arte è preghiera”, concluse con un sorriso. Una mezz’oretta dopo, mentre aspettavamo il taxi chiamato da Onorio, che pensava a tutto, il Maestro ed io sapevamo già che, seppure non s’era accennato ad alcuna collaborazione, noi due eravamo giunti a conoscerci abbastanza da poterne parlare in un’occasione meno frastornante e più intima. Mentre il taxi s’allontanava diretto al Fairfax Hotel dove lui e i suoi familiari avrebbero pernottato, Giuseppe Antonio Borgese mi salutò con un cenno della mano dicendomi: “Mi scriva a Fiesole. Ci vedremo in aprile”. Gli scrissi, ma quando, a fine novembre, la mia lettera giunse a Fiesole, quella “luce”, già “lunga”, era “calata” per sempre.[50]

Il Fato mi aveva privato dell’occasione di lavorare con un grande Maestro. Ma nel mio profondo stato di angoscia, non sapevo che quello stesso Fato stava per far entrare nella mia vita la persona che l’avrebbe mutata in maniera totale e definitiva: una famosa scrittrice che era anche una donna di straordinaria bellezza. Devo ancora chiamare in causa Onorio Ruotolo, che questa volta più propriamente, per quanto inconsapevolmente, fu davvero mio Galeotto.

Qualche giorno dopo la morte di Borgese, che coincise con quella del suo amico-nemico Benedetto Croce, vidi Onorio agitato come mai prima d’allora. Fuori di sé, quasi alla lettera, mi posò davanti un volumetto sbraitando: “E questo qua? E questo qua?”. Quando la pioggia di lava e lapilli si fermò, riuscii a capire che era passato un anno intero dalla pubblicazione di quel volumetto e nessuno ancora lo aveva recensito. “Perciò”, concluse Onorio, “datti da fare come si deve. Primo, è un libro che ci riguarda; secondo, è del più grande scrittore che abbiamo noi italoamericani”. Si trattava di The Land of the Italian People di Frances Winwar, libro per ragazzi della collana “Portraits of the Nations” della J.B. Lippincott Company di Philadelphia e New York.[51] Scherzando dissi a Onorio: “Sia fatta la tua volontà”.

La breve recensione che scrissi apparve sulla Parola nella primavera 1953.[52] Non sapevo gran che di Frances Winwar. Avevo letto il suo nome più volte nella rubrica di recensioni del New York Times, ma conoscevo una sola delle sue opere, La vita del cuore, biografia di George Sand, nella traduzione italiana pubblicata da Longanesi nel 1946.[53] E perciò, beatamente ignaro della sua enorme produzione e di quanto fosse importante il suo nome, fui ben lontano dal toccare, come direbbe Dante, “li termini de la beatitudine” allorché mi giunse una lettera da Middletown Springs, nel Vermont, in cui lei mi ringraziava per i costruttivi suggerimenti contenuti nella mia recensione. Ma il codicillo che chiudeva la lettera (“Spero di conoscerla quando vengo a New York, in agosto”) a me suonò come un implicito obbligo di imparare il più possibile su chi “sperava di conoscermi” e non semplicemente di incontrarmi. Così cominciai col leggerla, e finii con lo studiarla. Il suo primo libro, The Ardent Flame,[54] romanzo basato sulla storia di Francesca e Gianciotto da Rimini, mi consentì di scoprire una stilista di suprema qualità ben prima di leggere che Thomas Mann l’aveva chiamata “la più grande stilista inglese del ventesimo secolo”. Nel suo stile (perfetto amalgama di creatività poetica ed eleganza di dizione) io riconoscevo il modello di prosa inglese per me perfetto e ideale, quello di Urn Burial di Sir Thomas Browne. Tale scoperta rappresentò una svolta nella mia formazione: senza ombra di dubbio e con entusiasmo incontenibile, io passai dai miei vecchi classici inglesi al mio nuovo classico. Darò un solo esempio di questo mio repentino mutamento. Per capire la magia più che i meccanismi della lingua inglese, solevo prendere una frase di un maestro della letteratura, sezionarla, ricomporla, analizzarla in ogni sfumatura, per arrivare a capire perché era stata messa in gioco quella data parola e non un’altra. In Lady Chatterley’s Lover D.H. Lawrence presenta una chioccia con un pulcino che le zampetta intorno incessantemente. Notate come, utilizzando termini monosillabici, egli raffiguri la mobilità a l’agilità del pulcino, e come, ricorrendo a tre opposte parole bisillabiche, renda la fissità immobile della chioccia: “There was a tiny, tiny perky chick, prancing round in front of the coop, and the mother hen clucking in terror”.[55] Ebbene, con le frasi e i capoversi di Frances Winwar io cominciai proprio questa sorta di vivisezione critica. Colpito dal carattere ipnotico dei suoi ritmi, giungevo a trascrivere alcune sue pagine in forma metrica,per convincermi che la linea di demarcazione fra poesia e prosa nel suo caso era del tutto trascurabile, quand’anche fosse palese. Ecco ad esempio un capoverso da The Golden Round, romanzo su Pier della Vigna:

Sotto le palme presso la fontana

intrecciava fiori d’arancio e melograno

a tinte alterne di bianco e di fiamma,

in un serto di stelle accese e smorte;

e li stringeva nitidi

con fibre lunghe di foglia di palma.

E intessendo sussurrava

un triste canto orientale di fanciulla

che donò per un fiore il suo cuore,

e vi trovò nel fondo

il morbo della morte. [56]

Concordavo profondamente con ciò che The New York Times aveva detto di lei: “Poeta in prosa. La sua prosa ha un’intima cadenza che renderebbe la lettura piacevole qualunque fosse l’argomento”. Era allora questa sua anima poetica che istintivamente mi attraeva al suo mondo? Fu in questo spirito che lessi tutto ciò che Frances Winwar aveva pubblicato fino al 1953: Pagan Interval (1929), altro romanzo di interesse italiano; Poor Splendid Wings (1933), la vita di Dante Gabriel Rossetti e dei preraffaelliti, che vinse l’Atlantic Monthly Award e le diede rilievo nazionale; The Romantic Rebels (1935), biografia di Byron, Shelley e Keats; Gallows Hill (1937), romanzo ispirato ai fatti di stregoneria a Salem; Farewell the Banner (1938), biografia di Wordsworth e Coleridge; Oscar Wilde and the Yellow Nineties (1940); The American Giant (1941), biografia di Walt Whitman; The Life of the Heart: George Sand and Her Times (1946[57]); The Saint and the Devil: Joan of Arc and Gilles de Rais (1948), e The Immortal Lovers (1950), biografia di Elizabeth e Robert Browning. Lessi anche, e studiai, la sua traduzione del Decameron di Boccaccio (1950[58]), capolavoro che mi fece rendere conto di come, se mai in futuro avessi dovuto tradurre in inglese un classico italiano, non ci sarebbe stata altra via da seguire che la sua sintesi di fedeltà e fervore.

Tutto questo credo provi che, dopo il lungo studio e grande amore, ero pronto a incontrare il mio classico vivente (e solo per il genere maschile mi trattengo dal dire “tu duca, tu signore e tu maestro”). Solamente vari anni dopo avrei appreso che nel frattempo anche Frances aveva fatto un po’ di ricerca. Era riuscita a trovare e leggere i miei juvenilia: Amedeo di Savoia, Flora, Amore e morte, Petali sull’onda, Peccato e luce, e le varie liriche sparse nei periodici di New York.[59]

Arrivò quel fatale mese di agosto; e devo confessare che avevo contato le ore e i minuti che mi separavano dalla sorgente del mio incantesimo intellettuale. Quando finalmente incontrai Frances Winwar al Royalton Hotel di New York (ricordo che nell’ascensore mi ripassavo la frase da  dirle subito), rimasi ammutolito davanti a lei a tal punto che potei fare solo ciò che non avrei mai fatto se fossi stato, come direbbero i nostri padri latini, compos mei: e cioè, in modo alquanto goffo, come desiderando sbarazzarmi di un oggetto che m’impacciava, le misi fra le mani un bouquet di rose a gambo lungo, dicendo solo: “Per Frances Winwar”. Accettò l’omaggio con un sorriso, rispondendo semplicemente “Da parte di Joseph Tusiani”.

Quella stessa sera mi venne categoricamente detto ciò che mai mi sarei aspettato dalla Frances Winwar che ero giunto a idolatrare: “Se hai a cuore ciò che gli italiani rappresentano e hanno fatto per l’America e in America, devi staccarti da loro”. Ero così confuso che, per mascherare la mia perplessità, le chiesi, un po’ scherzevole un po’ insolente: “Perché ti sei cambiata il nome?”. La sua risposta fu sconcertante: “Dopo aver corretto le bozze del mio primo libro, il mio editore mi chiamò al telefono. Il mio cognome, Vinciguerra, non andava bene per il dorso del volumetto. E così mi chiese di pensare a uno pseudonimo. Lì per lì mi venne di tradurre Vinciguerra in Winwar, che, devi convenire, contiene una sostanziosa riduzione di sillabe”. Nel suo modo di parlare, nel suo atteggiamento, c’era un’affezione così radicata per l’Italia e gli italiani che ancora non riuscivo a capire l’importanza del suo consiglio. Che cosa intendeva dire? E che cosa temeva? Intendeva dire che, se fossi rimasto nella sfera della sola comunità italoamericana, mi sarei precluso la possibilità di vederne la vita in un più ampio orizzonte. Temeva che, continuando io a essere attivo in essa e per essa, avrei finito col non rendermi conto di tutta l’attività che si svolgeva intorno. Frances fu anche più perentoria nel mettermi in guardia: “Se resti nel piccolo mondo di Ruotolo – e sai bene quanto io voglia bene a Onorio – non scriverai mai in inglese. Il pensiero che finirai per giocare a tressette con i tuoi ammirati compari è semplicemente odioso”. Ma Frances era troppo intelligente per non rendersi conto di quanto il dilemma di fronte a cui mi poneva fosse per me doloroso; spinta dalla sua illimitata fiducia nelle mie possibilità future, era disposta anche a sacrificare parte del suo futuro per accelerare l’emancipazione mia da me stesso.

Prima di passare in rassegna, per così dire, i modi in cui mi “americanizzò”, devo tornare brevemente al mondo dal quale era decisa ad allontanarmi per il mio bene. È pur vero che io mi sentivo ammirato nei vari circoletti italoamericani, in cui regola sottintesa era l’autoincensamento – atmosfera davvero venefica per uno scrittore trentenne –. Dobbiamo, sì, sempre lottare per il successo, e mai credere di averlo raggiunto. Però quegli splendidi barbieri, sarti, muratori avevano cominciato a farmi sentire dipendente dalla loro lode, dalla loro adulazione, che profondevano nei mie confronti durante le loro riunioni letterarie e artistiche. Ogni giorno a mezzodì, l’attore Giuseppe Sterni, nel suo programma radiofonico su WOV, leggeva una poesia mia apparsa su La Lucerna o in qualche altra rivista. Per me era facile credere di aver “compiuto la missione” quando invece non avevo neanche scoperto tutte le mie potenzialità o capito dove mi avrebbe portato la mia iniziale inquietudine. Frances Winwar dunque entrò nella mia vita al momento giusto. Era della sua lode che avevo bisogno; era il suo esempio a dovermi trascinare.

Avviò il suo operato introducendomi nel mondo letterario e artistico che rappresentava l’America ben oltre la cerchia della Little Italy, la piccola Italia dei mie piccoli sogni. Fu così che divenni consapevole di altri ceppi etnici, e rafforzai la comprensione di quello a cui appartenevamo Frances ed io. Scoprii la Piccola Irlanda d’America nelle frequenti conversazioni con James T. Farrel, l’autore di Studs Lonigan; scoprii la vita degli ebrei della costa atlantica nelle non meno frequenti visite a casa di Gustav Davidson; e i wasps nordamericani ai ricevimenti, elaborati quanto altezzosi, di John Gunther. A uno di questi, una sera, Greta Garbo, che si compiaceva di starsene seduta in un angolo dell’ampio salotto, silenziosa e senza dar nell’occhio, disse a Frances che stava rileggendo il suo Joan of Arc, mentre l’autore di Death Be Not Proud scherzosamente aggiunse: “Ma se Greta non è riuscita a leggere per intero neanche un libro mio!”.[60]

Il rilievo letterario che Frances aveva, e che in quegli anni era ancora al massimo, le apriva molte porte rinomate, e di riflesso ne apriva anche per me. In tal modo il pittore John Koch, e Vergil Thompson, il compositore di Mother of Us All e amico di Gertrude Stein, divennero due fonti aggiuntive di conoscenza e stimolo nella mia vita. Ho già scritto di un episodio che quasi rovinò uno dei sontuosi ricevimenti di John Koch.[61] Fra i molti ospiti, c’era Misha Elman, il famoso violinista di origine russa che si sente in sottofondo in alcune delle prime incisioni di Caruso. Dell’inimicizia fra il violinista e Arturo Toscanini io non ero a conoscenza, ma Frances sì. Qualunque fossero le cause di quell’acrimonia di vecchia data, quella sera un bicchiere di troppo aveva reso il violinista molto loquace e quasi vaneggiante. Appena gli fui presentato (naturalmente il mio cognome italiano gli provocò una reazione a catena nelle poche molecole di materia grigia non ancora intaccate dall’alcol), cominciò a denigrare il leggendario Maestro con una voce in falsetto che somigliava al suo strumento non ancora accordato prima di una esecuzione. Sbigottito, guardai Frances, il mio Virgilio, non sapendo che fare davanti a un vecchio ebbro, o per meglio dire, non sapendo come conciliare nel lampo di un attimo la mia visibile rabbia con l’invisibile senso di pietà. Ma se quello stridulo Caronte si fosse limitato a sbraitare solo contro Toscanini, l’incidente sarebbe forse rimasto circoscritto alla sua patetica meschinità. Ma quando, imbarazzato, Elman si rivolse agli altri ospiti e disse: “Che altro potete aspettarvi dagli italiani?”, l’atmosfera del ricevimento si raggelò. Nell’improvviso silenzio, sembrò che un’intera nazione attendesse ardentemente una voce vendicatrice. “Mister Elman”, disse Frances Winwar ad alta voce, giganteggiando ben oltre il suo metro e cinquanta di altezza, “adesso dirò io a questi signori ciò che loro non sanno. Il suo astio è del tutto giustificato: lei non è mai stato all’altezza di Arturo Toscanini. Ma per non rendersi più ridicolo di quanto già sia, lasci stare l’Italia e gli italiani. Non pecchi contro il secondo comandamento”. Trascinandosi come un immondo verme, il famoso violinista, il quale ignorava che Frances fosse italiana, biascicò incomprensibili scuse, mentre la padrona di casa, Dora Kock, si dava attorno con la sua corporatura rotondetta per ristabilire l’atmosfera di convivialità così bruscamente interrotta. “Andiamocene!”, sussurrai a Frances. “No”, rispose. “È lui che se ne deve andare”.

Per me fu una lezione. La mia “americanizzazione” non doveva essere fine a se stessa. Al contrario, essa doveva consentirmi di ritornare alla mia Little Italy con voce pienamente americana e in una visione più larga e fulgida. Frances era ben più sottile di quanto io mi rendessi conto nel calor bianco di quel primo anno d’amicizia. Fece in modo che io non perdessi mai di vista la mia meta ultima, il retaggio italoamericano che ci aveva fatti incontrare.

Quello stesso anno, la morte di Dylan Thomas tenne Frances impegnata per la prima volta in una cosa che non aveva nulla a che fare con il suo lavoro di ricerca: tradusse la mia poesia “In morte e di Dylan Thomas” per The Yale Literary Review. L’elegia le era piaciuta tanto che subito ritenne di doverla far sentire ad altri. Invitò Howard Marraro e Mario Pei al suo appartamento presso la Columbia University. Ancor oggi mi chiedo quanto potesse interessare la prematura scomparsa del poeta gallese, per non parlare della mia commemorazione lirica, a quei due bravi signori così incrostati in un loro mondo nel quale la poesia era da tempo al bando. Ma dopo che io lessi il testo originale della mia composizione e lei la sua versione inglese, Frances disse loro: “Potete star certi che d’ora in poi la mia traduzione non sarà più necessaria”. Anche in questo si rivelò quanto mai esatta. La crisalide avrebbe lasciato ben presto luogo alla farfalla in volo.[62]

L’anno 1954 fu segnato da un evento particolare: la nostra “gita boccaccevole”[63] in Italia, per la quale Boccaccio fornì il denaro e De Sanctis il comodo aggettivo. La Random House aveva  appena ristampato il Decameron per la collana Modern Library,[64] e piuttosto che aspettare diritti d’autore di là da venire, Frances aveva accettato la cifra forfettaria anticipata di 1.500 dollari, proprio quello che le occorreva per il suo viaggio al Vittoriale di D’Annunzio, senza il quale non sarebbe stato possibile realizzare la sua nuova biografia. La “gita” rappresentò il mio primo nostos al Gargano dopo sette anni di lontananza e ricerca.[65] Certamente Frances aveva previsto quello che a me sfuggiva: ancora una volta dovevo tornare a sentire le mie radici per ritrovare la parte migliore di me. Quando la raggiunsi a Gardone Riviera, dopo alcuni giorni passati nella Puglia della mia nascita, quasi non riconoscevo la Frances che mi era familiare. Aveva pian piano rovistato l’intera biblioteca del Vittoriale. Era una gioia e una fonte di fervore vederla al lavoro, dalla mattina presto al pomeriggio tardi, mentre si muoveva da uno scaffale all’altro, decifrava, prendeva appunti, leggeva, riempiva schede, pregava di farle una fotocopia di questa o quella pagina, scopriva una data importante, sempre attenta a scovare qualcosa che poteva essere sfuggita all’occhio di altri lettori. Non dimenticherò mai con che entusiasmo, dopo una lunga giornata di faticoso lavoro, mi riferì la sua nuova scoperta: la parola “Canossa” chiaramente leggibile sopra la porta d’ingresso della Prioria al Vittoriale. Nessuno dei biografi di D’Annunzio aveva prestato attenzione alle profonde implicazioni di quell’unica parola nel finto blasone che il poeta era costretto a guardare ogni volta che varcava la soglia della propria dimora: uno stemma con un cane rampante che aveva un osso ai piedi. La spiegazione si trova ora nel suo Wingless Victory: “Il rebus è semplice: Canossa, da can/cane, e ossa. Non solo; nell’inventare quello stemma, il D’Annunzio studioso di Dante non aveva trascurato il riferimento al sesto canto dell’Inferno, dove il cane da guardia Cerbero è zittito da una manciata di terra gettatagli fra le mascelle. Il crudo scherzo è tipico dell’inesorabile ironia di D’Annunzio, specialmente nei confronti di se stesso. È significativo il fatto che D’annunzio avesse posto quella targa con quello stemma dopo la visita di Mussolini che acquisiva il Vittoriale come patrimonio dell’intera nazione. Probabilmente aveva un significato anche il calco dello schiavo di Michelangelo, nella stanza da letto, la cui fascia costrittiva D’annunzio aveva accuratamente ripassato in tinta dorata. Prigioniero, sì, ma in ceppi di oro”.[66] Wingless Victory, la duplice biografia di D’Annunzio e della Duse, è dedicata a me con l’epigrafe latina “To Joseph Tusiani: mentis sitim cordis gratia satiasti”, cioè le stesse parole con cui io avevo dedicato a Frances la mia raccolta di poesie latine Melos Cordis.[67] Alcune delle mie osservazioni erano entrate nella stesura del volume, così come alcune delle sue stavano allora plasmando le immagini della mia nuova poesia.[68]

Fu sempre a Gardone Riviera, ricordo, che nell’emozione di aver portato a compimento un’impresa creativa, strappai Frances al certificato di nascita russo di Donatella Cross[69] per leggerle la mia ode, “M’ascolti tu, mia Terra?”. Ascoltò, mi chiese di rileggergliela lentamente, e finalmente disse: “Questa è la tua vera voce. Ora sai come Italia e America possano unificarsi nell’esaltazione poetica”. Due anni dopo, nel suo nuovo appartamento di New York all’incrocio della Settantaduesima Strada con Central Park, le lessi la stesura definitiva del poemetto, questa volta in inglese. Sforzandosi di nascondere la forte emozione, disse soltanto: “Posso tenerla?” “Naturalmente”, risposi, ben lontano dall’immaginare che cosa ne avrebbe fatto. Ciò che ne fece cambiò la mia vita. Sei mesi più tardi, precisamente il 24 marzo 1957, il New York Times dava l’annuncio che avevo vinto il Greenwood Prize della Poetry Society of England per la poesia “The Return”, e che ero il primo poeta americano ad aggiudicarsi tale premio. Quando il telefono squillò, quella mattina, per portarmi le congratulazioni di Padre Giulio Tessarolo, generale degli scalabriniani di Staten Island, rimasi a dir poco frastornato. E in questo stato, chi potevo chiamare se non Frances per riferirle ciò che mi era appena stato detto? A dire il vero, non ricordo come glielo riferii, ma sicuramente dovetti esprimermi confusamente se, con serenità olimpica, lei disse soltanto: “Calmati. Ho visto il Times. Sono stata io a inviare la poesia; e sapevo che nessun altro poteva vincere”. Frances era un miracolo di fiducia. Non avrei creduto neppure al New York Times se quel giorno stesso non avessi ricevuto un telegramma di Thomas Moult, presidente della Poetry Society of England. Il dubitoso santommaso che era in me si convinse finalmente quando, qualche tempo dopo, trovai nella posta una copia della Poetry Review di Londra con la pubblicazione dei miei duecento versi, e con un assegno che, preso da sentimentalismo, per alcuni giorni non osai andare a riscuotere.[70]

Il Greenwood Prize, che devo alla fiducia cieca di Frances nella mia poesia, mise in moto per me altri eventi – le cariche di vicepresidente della Poetry Society of America[71] e di presidente della Catholic Poetry Society of America[72] –; ma soprattutto mi diede la sicurezza di cui avevo assolutamente bisogno per il giorno in cui non sarei più stato sotto l’ala protettrice di Frances Winwar. I versi di Dante “Non dei più ammirar, se bene stimo,/lo tuo salir, se non come d’un rivo/se d’alto monte scende giuso ad imo” da un giorno all’altro divennero l’epigrafe più importante che mi potessi scegliere per spronare me stesso a lavorare sempre di più, al di là di ogni umana lode o apprezzamento.

Riversai la mia nuova vitalità in Spirit, The Catholic World, The Sign, The New York Times, e soprattutto nel New York Herald Tribune. Neanche a dirlo, fra i primi componimenti che pubblicai dopo il Greenwood Prize, ce ne fu uno intitolato “To Frances”. Davvero non saprei dire se i versi che seguono riescano a cogliere un mondo in cui due intelletti s’incantano a vicenda dei loro atti quotidiani, e si esaltano a vicenda nella pienezza del loro donarsi:

Quando, due mondi fa, io ero terra,

E tu, due cieli or sono, eri splendore;

Quando ero verde di valle immutevole,

E tu su me eri divino fiato

Ed era nuovo il tutto, come allora

Ti dissi grazie? Gaudio senza sillaba

Era il senso e lo spirito m’invase

Allor che, breve e respirante cuore,

sguardo di meraviglia, mi destai

E scòrsi te nel frutice di rosa,

Te, spazio e tempo, convertita in fiore.

Ah, mondi son mutati e cieli in cenere,

Ed io ancor non trovo qual parola

Sia ottima a descrivere

L’incanto della mano.[73]

Nell’autunno del 1956 Frances ed io facemmo visita a Daniel Santoro, a Staten Island. Daniel Santoro, ingiustamente dimenticato, è persona a cui gli italoamericani dovrebbero erigere un monumento. Sacrificò la propria vita e la propria fortuna per la rivalutazione di due glorie italiane negli Stati Uniti, Verrazzano e Meucci. In quella mite e bella giornata di ottobre (l’estate indiana faceva di Staten Island un fulgido gioiello) egli pose davanti a Frances e a me una preziosa pila di carte e documenti riguardanti Meucci e il suo “telettrofono”. Eravamo senza parole. Santoro disse semplicemente: “Prendete tutto e vedete voi che farne. La gente deve sapere. Deve sapere”. In innumerevoli viaggi a Washington e altre città americane, aveva raccolto le lettere più importanti scritte da Meucci stesso o da alcuni suoi amici; e ora tutto quel tesoro di documenti era lì, davanti a noi, e potevamo portarcelo via e farne ciò che volevamo. Eravamo ancora troppo sbalorditi per accettare l’offerta, ma egli insistette tanto da costringerci a promettere che qualcosa bisognava fare perché “la gente sapesse”. Tornando a New York, Frances, che in quel periodo era totalmente assorbita da un’altra delle sue biografie, cercò di convincermi che ero io la persona adatta ad esaminare e studiare tutto quel prezioso materiale e farne una monografia su Meucci. A mia volta, io riuscii a convincerla che, data l’importanza dell’argomento, la fama del suo nome avrebbe dato peso al lavoro. Neanche a dirlo, Egidio Clemente, direttore della Parola del Popolo, rispose col suo inesauribile entusiasmo. Non solo pubblicò la monografia di Frances Winwar ma, per pubblicizzarla al massimo, ne stampò degli estratti a vantaggio di insegnanti e studenti americani ed esteri. All’estero, grazie all’attenzione sempre vigile di Cesare Basini, la monografia fu tradotta e stampata dal governo italiano in una delle sue pubblicazioni ufficiali.[74] Come si vede, ogni nuovo passo verso l’America, mi riportava – anziché distaccarmene – verso la terra che mi era stato detto di scordare per conoscerla e amarla di più.

Adesso potevo molto meglio apprezzare in tutta la sua grandezza la figura solitaria di Vincenzo di Crescenzo, le cui canzoni erano state cantate da Caruso, Schipa e Gigli. Timidamente seduto al piano in casa di Lia Spezzano,[75] il Maestro dalla chioma bianca sembrava del tutto inconsapevole della propria fama mentre cercava di ritrovare sulla tastiera gli accordi più popolari della sua passata ispirazione. Ora più che mai io capivo il fascino delle facezie sgrammaticate di un “Pasquale C.O.D.”, la cui passione etica estendeva la sua portata dai programmi radiofonici quotidiani della WOV a New York fino alla più lontana famiglia italiana nel Connecticut. E ora e soltanto ora ero in grado di capire perché il libro Cuore di De Amicis era così popolare fra gli italiani d’America, e perché, per esempio, un povero operaio di nome Nicola Testi venne da me a chiedere una prefazione per un suo lavoro che l’aveva occupato tutta la vita, e cioè la traduzione dell’Inferno dantesco in versi dialettali della sua nativa Foggia.[76] Pensate: una persona che dopo avere speso le sue energie fisiche in una spietata fabbrica era ansioso di andare a casa col solo scopo di dedicare le sue forze intellettive a un lavoro che non avrebbe avuto nessun altro sbocco se non la realizzazione di un sogno: rendere la prima Cantica di Dante accessibile ai suoi lontani conterranei d’Italia.[77] Emigrati analfabeti? Non è vero. Quelli davvero analfabeti erano spiritualmente e mentalmente così demoralizzati e avviliti da non concepire neppure il bisogno di emigrare per un futuro migliore. Coloro che emigravano, invece, erano gente che leggeva Guerrino detto il Meschino, I reali di Francia, Bertoldo Bertoldino e Cacasenno, persone come Vincent Bocchimuzzo[78] e Carmine B. Iannace, che, incoraggiati o no dai loro figli, capirono l’importanza di trasmettere agli altri la loro propria Scoperta dell’America.[79] Anche il padre di Frances sapeva che era suo dovere emigrare per amore della sua bimba di un mese.

Nei seguenti nove anni di amicizia, Frances ed io fummo così coinvolti nella reciproca creatività, e perfino così gelosi di essa, che ogni nuova pagina delle sue biografie doveva avere la mia approvazione, così come ogni verso di ogni mia nuova poesia doveva avere l’avallo della sua sensibilità. A vicenda ci spronavamo a lavorare di più e meglio, gioiosamente, indefessamente, in un’atmosfera di reciproca realizzazione. Quando regalai a Frances la prima copia del mio The Complete Poems of Michelangelo (il libro è dedicato a lei con il pentametro “And he has peace who yearns for it no more”), mi disse quello che solo una donna del suo calibro poteva dire: “Ed ora? Perché non la Gerusalemme?” Il giorno dopo mi lesse l’ultimo capitolo del suo Jean-Jeacques Rousseau: Conscience of an Era, ed io le lessi le mia traduzione in versi inglesi delle prime cinque ottave della Gerusalemme liberata.[80] Il motto di Frances non era di riposare sugli allori. Forse il suo stesso cognome, Vinciguerra, ne spiegava più di tutto la vitalità.

Accademico di professione, io ancora non comprendo appieno questo fenomeno chiamato Winwar. Non frequentò alcuna università (sul risvolto di alcuni suoi libri la Columbia è menzionata solo per propaganda), non ebbe istruzione classica né metodologica, non studiò alcuna lingua straniera, eppure all’età di trent’anni pubblicò la sola traduzione americana del Decameron, che è la migliore mai fatta in inglese del capolavoro di Boccaccio. Parlava il francese, lo spagnolo, il tedesco, il russo e naturalmente l’italiano, pur con qualche incantevole sbaglio (come per esempio “le muscole” per dire “i muscoli”). Le sue conoscenze letterarie erano vaste, soprattutto per quanto riguarda il diciannovesimo secolo, il suo forte. E quasi d’istinto sapeva cosa cercare in biblioteca senza perdere tempo prezioso. Al Vittoriale di D’Annunzio, come ho già detto, ogni sera mi metteva a parte di una nuova scoperta che aveva fatto. Per scherzo una sera la chiamai Sherlock Holmes. Eppure questa Frances Winwar non fu mai veramente accettata nel mondo accademico. E la ragione è semplice: il suo stile è troppo geniale, il suo modo di presentar le cose troppo ricco d’inventiva. Proprio questa genialità, quest’immaginativa, i grevi pedanti hanno per prima cosa condannato. Alcuni hanno chiamato le sue biografie “mezzi romanzi”; ma perché? I suoi libri non mancano dell’apparato critico senza il quale i nostri bravi Quintiliani non trovano requie nella loro piccina irrequietezza. Ma i suoi libri sono scritti in maniera così vivida; ogni personaggio, ogni capitolo, sono presentati e sviluppati cosi chiaramente e fascinosamente che il lettore perde cognizione del confine tra finzione e fatto, storia e leggenda. È questa la ragione per cui, a differenza dei polverosi eruditi, autori creativi come Thomas Mann, Lord Dunsany, G.K. Chesterton, André Maurois, Padraic Colum, James T. Farrell, John Macy, Maurice Maeterlinck e molti altri hanno elogiato la sua arte.[81] Ed è anche la ragione per cui Frances ed io potevamo intenderci nell’intimo. Oppure era proprio lei la Little Italy, la Gente Mia, che io dovevo scoprire e cantare? Di certo era l’incarnazione dell’innato genio della stirpe italiana, con tutte le sue meraviglie e la sua fervida intraprendenza.

Ma, parlando di intraprendenza, un giorno una ragazzetta all’ultimo anno di scuola superiore annunciò alla sua classe che bisognava invitare Enrico Caruso del Metropolitan Opera House a venire alla loro cerimonia di consegna dei diplomi. La stessa ragazzina si offrì di andare personalmente a invitare il grande tenore. Dopotutto, lei era italiana, e italiano era anche lui. L’intrepida signorina non sapeva che l’uomo insieme a lei nell’ascensore che la portava all’appartamento di Caruso era proprio Caruso. “Dove vai, piccerella?”, chiese Don Enrico. “Vado a invitare Caruso a venire alla mia scuola. Sono italiana; lui è italiano. Se si rifiuta, pubblicherò nel nostro giornalino scolastico un articolo che rovinerà la sua carriera”. “Mio Dio”, rispose Caruso, “sono sicuro che accetterà; non vuole mica perdere il lavoro”. Potete immaginare la sorpresa della ragazzetta quando, alla porta dell’appartamento di Caruso, proprio quell’uomo le disse: “Caruso sono io, piccerella. Vuoi ancora scrivere quell’articolo, se mi rifiuto?” “Farebbe meglio ad accettare”, rispose la ragazzetta, puntandogli impavidamente un dito minaccioso. “Allora verrò alla tua scuola. E canterò, anche. Ma come ti chiami? Ho diritto di sapere chi è il mio nuovo impresario”. “Mi chiamo Francesca Vinciguerra”, rispose trionfante la ragazza. Alla cerimonia di diploma, Enrico Caruso cantò l’inno nazionale nella scuola di Frances Winwar.[82]

Ho detto: era l’incarnazione della ricchezza spirituale della nostra “Italia raminga”? Ma non si dovrebbe mai usare il passato quando ci riferiamo alla linfa che nutre l’albero. Poiché lo spirito umano non si conclude in se stesso, questo mio resoconto, che rappresenta un tributo al passato divenuto presente, ci conduce al futuro, e perciò non può avere una conclusione. Cominciamo dunque daccapo, rafforzati da quello che altri hanno iniziato per noi. “Itala gente dalle molte vie”, disse Carducci del nostro popolo. Il verso significa che “molte vie” sono anche necessarie alla piena celebrazione della gloria che abbiamo attinto in terra americana. La mia voce è solo una delle molte altre che verranno.

[da Italian Americans in the Professions, a cura di Remigio U. Pane, Staten Island, NY, The American Italian Historical Association, 1983]



* “The Making of an Italian American Poet”, in Remigio U. Pane (a cura di), Italian Americans in the Professions, Staten Island, NY, The American Italian Historical Association, 1983, pp. 9-40. Traduzione dall’inglese di Cosma Siani.

[1] Joseph Tusiani, Gente Mia and Other Poems, Stone Park, Ill., Italian Cultural Center, 1978.

[2] La poesia, “The Difficult Word”, fu pubblicata per la prima volta, col titolo “To My Father”, in Italian Americana, Vol 2, N. 2, Spring 1976, pp. 209-12 [ora in Gente Mia and Other Poems, Stone Park, Ill., Italian Cultural Center, 1978. Il brano originale suona così: “Oh, we have grown apart – you with no son,/I with no father. Emigration's last/and most uncharted tragedy is this –/slowly it forces people to adjust/to want of love, anticipating death./A reunited family means only/reunion of faces, not of feelings./Or I would not with so much envy think/of flocks of birds migrating to new climes/yet still together in the hostile wind./Father, when spring is miracle again,/the same birds fly to their remembered nest;/but, Father, you and I cannot return/to what did not exist. So call me still/by my first name if still your lips are slow/to say the word you should have always said/till it became a meaning in your soul./Let us (if faith begets but suffering)/forgive each other in the name of love:/even unnamed, a flame is warm and bright”. La traduzione è tratta da Joseph Tusiani, Gente mia e altre poesie, trad. Maria Pastore Passaro, pref. Ennio Bonea, San Marco in Lamis, Fg, Gruppo Cittadella Est, 1982, pp. 59-60. NdT].

[3] La poesia di T.S. Eliot era stata argomento di uno dei corsi che avevo seguito all’Università di Napoli, dove feci la mia tesi di laurea su William Wordsworth, relatore Cesare Foligno, in onore del quale Mario Praz curò un numero speciale di English Miscellany contenente saggi di ammiratori, colleghi ed ex-studenti di Foligno – il mio contributo fu “David Gray and Sergio Corazzini: A Parallel” (English Miscellany. A Symposium of History Literature and the Arts, a cura di Mario Praz, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1958, pp. 315-28) [Vedi quest’ultimo nel presente fascicolo. NdT]

[4] Un’ampia bibliografia su questo specifico argomento si può trovare al Center for Migration Studies di Staten Island. Assolutamente da vedere sono gli studi su Vito Marcantonio e Fiorello La Guardia che vi si trovano.

[5] In italiano nel testo; così tutte le altre volte che torna la parola “sottobosco”. [NdT]

[6] Le centinaia di altre pubblicazioni italiane nate e morte, o morte prima di nascere, oltre a indicare di per sé stesse l’ansia intellettuale degli italoamericani, contraddicono chi sostiene la teoria di un loro totale analfabetismo.

[7] Non ho avuto modo di accertare quale fosse e che rilievo avesse, fra queste categorie di lavoratori, il rapporto fra tempo libero e hobby della scrittura. A riguardo, occorrerebbero maggiori informazioni.

[8] In italiano nel testo. [NdT]

[9] Prezzolini ignorava del tutto, per esempio, l’esistenza di un appartamentino bicamere nella zona di Belmont, ed esattamente a Cambreleng Avenue, nel Bronx, dove ogni pomeriggio gruppi di giovani e meno giovani convenivano per sentire la parola dell’ottuagenario Nicola Giusto, il quale ai suoi ospiti non poteva offrire altro che un bicchiere d’acqua fresca. Sotto lo pseudonimo di Prisco N. Justus, Giusto pubblicò un volume intitolato L’Universo fisico e spirituale (S.F. Vanni, 1941), in cui espone sue idee filosofiche (acute per quanto rese arbitrarie e amare dalla mancanza di successo nella terra ospite), che vanno da una sua analisi dell’energia atomica a uno studio del fenomeno delle stimmate in San Francesco d’Assisi e Teresa Neumann. Io stesso partecipai a più d’uno di quei consessi alla buona, e ciò che mi colpì non fu tanto la brillante e ingarbugliata intelligenza di Nicola Giusto, quanto l’attenzione con cui umili lavoratori lo stavano ad ascoltare.

[10] Nel Bronx, il più malioso dicitore era Lorenzo Lucarelli, chiamato con rispetto “il professore”. Conosceva Dante e Manzoni a memoria, e veniva invitato a recitare passi della Commedia e dei Promessi sposi ai pranzi di nozze. Provatevi a immaginare una tarantella preceduta o seguita dall’episodio del Conte Ugolino!

[11] In italiano nel testo. [NdT]

[12] La morte di Rodolfo Valentino ispirò centinaia di poesie. Di questa strofe in particolare ho trovato versioni varie. La trascrizione qui fornita mi fu dettata da mio Padre.

[13] Quasi non c’era parrocchia italiana di New York che non avesse una sua “compagnia filodrammatica” di volontari animati da tale spirito che dedicavano il loro tempo libero a memorizzare le parti loro assegnate da chi, per il piacere di presentare nuovi drammi al vicinato e la gloriola di sentirsi chiamare  “capocomico” o “direttore drammatico”, a volte sacrificava i propri soldi per l’affitto di costumi e altro necessario. Io stesso conservo molti manifesti e pieghevoli attestanti la vitalità di una compagnia, “La Filodrammatica”, legata alla chiesa dell’Immacolata Concezione di Gun Hill Road, fra gli anni 1945 e 1947. Il direttore, Michele Tusiani, mio padre, incluse nel repertorio La morte civile di Giacometti, un adattamento dei Misteri delle cantine di Carolina Invernizio, e alcune farse da lui stesso scritte. In genere, a un dramma serio faceva seguito una “farsa comica in un atto”, che presentava episodi di vita italoamericana in maniera marcata e umoristica.

[14] In italiano nel testo. [NdT]

[15] Nell’introduzione alla sua versione di una scelta di poesie di Shelley Calitri menziona lo scetticismo nel Circolo di Onorio Ruotolo. Sottolinea, sì, le difficoltà della poesia di Shelley, ma non dubita dell’esistenza di un pubblico di lettori, per così dire, fra gli italiani degli Stati Uniti.

[16] Antonio Calitri, Canti del Nord-America, pref. Giuseppe Prezzolini, Roma, Alberto Stock Editore, 1925. La copia che ho reca la dedica dell’autore “Al giovin poeta Giuseppe Tusiani che sale, il vecchio che scende, Antonio Calitri”.

[17] Ibidem, “Il Cantoniere”, pp. 101-14.

[18] Era la copia di un busto di Caruso che ancora si trova nel ridotto del Metropolitan Opera House al Lincoln Center di New York. Per inciso, durante le riprese del film “The Great Caruso”, con Mario Lanza nella parte del tenore, Onorio si aspettava copiosi diritti d’autore dal fatto che, alla fine del film, doveva apparire quel suo busto. Ma al momento degli accordi qualcosa non andò per il verso giusto. Allo scopo di non pagargli nulla, gli impresari mostrarono un busto diverso, che – come possono attestare tutti quelli che hanno visto il film – somiglia a tutti fuorché a Enrico Caruso.

[19] Sede del partito repubblicano nello stato di New York, divenuto simbolo di corruzione politica nel diciannovesimo secolo e primi del ventesimo. [NdT]

[20] V. Frances Winwar, Onorio Ruotolo, a Monograph, con illustrazioni, ristampato nel numero del bicentenario della Parola del Popolo di Chicago, 1976. [Si tratta del saggio Ruotolo, Man and Artist; more than one hundred reproductions of his works, with an appreciation by Frances Winwar, New York, Liveright Pub. Corp.,1949 che compare anche in La Parola del Popolo (Chicago), sett.-ott. 1976, pp. 309-14, col titolo “An Appreciation. Ruotolo Man and Artist. By Frances Winwar”. NdT]

[21] Per svista, l’originale dice Arturo. [NdT]

[22] Sull’impatto della “Leonardo da Vinci Art School” non è ancora stata fatta nessuna tesi di laurea. Bisognerebbe rintracciare e intervistare coloro che vi studiarono. Qualcuno potrebbe ancora conservare la pubblicazione commemorativa dell’attività e del fervore di questa scuola d’arte, che Gabriele d’Annunzio avallò con un messaggio entusiastico dal Vittoriale.

[23] I gusti letterari di Onorio erano limitati  a una reboante retorica ottocentesca, come si vede dalle poesie che di quando in quando pubblicava in La Lucerna, La Follia, Divangando. Conosceva ben poco le letterature classiche, eppure era riuscito a darsi un’infarinatura di argomenti d’interesse. Il noto critico americano John Macy lo invitò a fare le illustrazioni per la sua Story of the World’s Literature, pubblicata da Horace Liveright Co. nel 1925.

[24] Italo Stanco (eloquente pseudonimo) è autore di vari romanzi e racconti in italiano. Era ancora in piena attività nel 1952, quando Divagando pubblicò a puntate il suo romanzo I rettili d’oro, oltre alla sua rubrica “Quest’è il mondo, folle e tondo”, caustica e amara, ma sempre brillante.

[25] L’intera frase, in italiano nel testo. [NdT]

[26] Questa versione della poesia di Giovannitti fatta da Onorio uscì col titolo Il camminante, che a me non piaceva e non piace. Dissi le ragioni per cui obiettavo a questo infelice participio presente goffamente sostantivato, non consono all’orecchio italiano. Naturalmente Onorio non fece caso ai miei scrupoli filologici. Su due piedi mi chiese se avevo una soluzione migliore, e io dovetti ammettere che “Colui che cammina” era troppo lungo e prosastico per fare al nostro caso. E così restò “Il camminante”, come voluto dal traduttore.

[27] La Lucerna, gennaio 1950, pp. 29-30.

[28] Ambedue i termini, in italiano nel testo. [NdT]

[29] Divagando, 6 agosto 1952, p. 19.

[30] Qui si rileva incertezza di memoria. Il testo darebbe a intendere: dopo la pubblicazione della poesia per Gemito in Divagando. In effetti non è così. Cfr. la seguente nota dell’Autore, e il saggio di C. Siani sull’amicizia fra Giovannitti e Tusiani, in questo stesso fascicolo; v. anche le lettere di Giovannitti a Tusiani pubblicate a cura di A. Motta su Nuova Antologia. [NdT]

[31] Rileggendo ora, mi rendo conto che la mia corrispondenza con Arturo Giovannitti precede di almeno un anno la canzone per Gemito. Almeno tre delle sue lettere a me indirizzate sono del 1951.

[32] Un esteso resoconto del mio primo incontro con Giovannitti è nella Parola del Popolo dell’agosto 1974 [Joseph Tusiani, “Ricordo di Arturo Giovannitti”, La Parola del Popolo (Chicago), July-August 1974, alle pp. 19-21 dell’inserto dedicato a Giovannitti. NdT].

[33] Per svista, nell’originale inglese si parla di New Jersey. In realtà Giovannitti abitava allora a Georgetown, nel Connecticut. [NdT]

[34] In italiano nel testo. [NdT]

[35] Per svista o refuso, l’originale dice fifteen, “ quindici”, che non può essere. Giovannitti morì il 31 dicembre 1959. Tusiani entrò in contatto con lui nel 1950, e prese a frequentarlo regolarmente quando Giovannitti si trasferì a New York, nel Bronx, a metà anni Cinquanta. Cfr. il saggio di C. Siani sull’amicizia fra Giovannitti e Tusiani, in questo stesso fascicolo. [NdT]

[36] Nel mio articolo apparso sulla Parola del Popolo faccio anche il nome del medico che convinsi a visitare Arturo settimanalmente per un onorario simbolico.

[37] La mia poesia “Saint Francis in Times Square” compare nella mia prima raccolta poetica Rind and All, [New York,] The Monastine Press, 1962. [Nell’autobiografia La parola difficile, Fasano, Schena, 1988, p. 361, si parla non di Fra Ginepro ma di San Francesco che predica a Times Square. NdT]

[38] Cinque giorni prima di morire, Arturo mi fece mandare come regalo natalizio una scatola di dolcetti con un biglietto il cui senso simbolico ho cercato di interpretare nel suddetto articolo della Parola del Popolo.

[39] L’ultimo articolo di Giovannitti, il cui manoscritto originale ancora conservo, apparve nella Parola, autunno 1957, e fu ripubblicato nella stessa rivista nell’agosto del 1974. [Per svista l’originale dice “poeta britannico”; in realtà, l’articolo apparve nella Parola del Popolo del maggio-giugno 1957, e vi fu ripubblicato nel fascicolo del luglio-agosto 1974. NdT]

[40] Giuseppe Antonio Borgese, Poesie, Milano, Mondadori, 1952. La poesia “Le Gebbie” era apparsa in un numero della rivista napoletana Realtà, di cui era condirettore Lionello Fiumi.

[41] La Parola, May 1952 [La Parola del Popolo (Chicago), Year 44, New Volume 2, No. 6, April-June 1952, p. 25. NdT].

[42] In italiano nel testo. [NdT]

[43] Gli originali delle lettere che Borgese mi scrisse si trovano ora nell’archivio personale del professor Tommaso Nardella, Preside della Scuola Media “Giovanni Pascoli” di San Marco in Lamis, Fg [ora presso il “Centro Documentazione Leonardo Sciascia-Archivio del Novecento” di San Marco in Lamis. Quattro lettere di Borgese a Tusiani, datate 10 luglio, 20 luglio, 3 agosto e 6 settembre 1952, appaiono riprodotte in Giuseppe Antonio Borgese, Poesie inglesi, trad., introd. e note di Joseph Tusiani, notizia e appendici di Antonio Motta, acquaforte originale di Domenico Faro, Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 1994, pp. 107-111. Testualmente, Borgese dice: “Lei ha aggiunto pensiero al pensiero, canto al canto” nella lettera del 10 luglio, in cui ringrazia Tusiani per il cappello a “Le Gebbie”; in quella del 3 agosto dice: “spero in una collaborazione”; e in quella del 6 settembre invita Tusiani ad incontrarlo nel suo passaggio a New York il pomeriggio dell’11 settembre. NdT].

[44] Il Goliath di Borgese è uno dei più importanti documenti antifascisti nella storia della nostra emigrazione.

[45] Si tratta in realtà del 6 settembre, come detto sopra, nota 43. [NdT]

[46] Nelle sue Poesie Borgese fa riferimento al potere ipnotico dei suoi occhi.

[47] Più noto di lui, suo fratello Giuseppe ha un posto nella storia dell’aviazione americana.

[48] È possibile che io abbia dimenticato un verso o un emistichio, ma i versi che cito, a quel che ricordo, sono esatti. Il tono austero, lento, solenne con cui l’autore li scandì, mi consentì di memorizzarli all’istante quella sera stessa, prima ancora di trascriverli nel mio diario.

[49] Vedi l’introduzione a Poesie. [In verità, l’introduzione di Borgese al proprio volume Le poesie (nella collana “I poeti dello ‘Specchio’ ”, Milano, Mondatori, 1952) termina con una poesia intitolata “Compleanno XLVI”, che è una invocazione al Signore, ma essa non contiene i vv. cit. dall’Autore. Cfr. lo stesso racconto dell’incontro con Borgese nell’introduzione alle Poesie inglesi del critico siciliano, riprodotta in questo fascicolo. NdT]

[50] Nella mia ultima lettera a Borgese chiedevo se tutte le sue poesie in inglese, che mi aveva spedito inedite per un’opinione, erano già state tradotte da Liliana Scalero, il cui nome mi aveva fatto in una delle sue lettere precedenti. Dopo la sua morte vidi alcune di quelle poesie tradotte in italiano nel numero commemorativo del Ponte di Piero Calamandrei. [Borgese annuncia a Tusiani l’invio delle sue poesie inglesi nella lettera del 20 luglio (v. sopra, nota 43); Tusiani le aveva ricevute prima del 3 agosto, data in cui Borgese gli rispondeva di aver dato alla Scalero il permesso di tradurre; Tusiani doveva anche essersi proposto come traduttore, se nella stessa lettera Borgese dice: “Non conosco ancora i risultati; ma devo vederli prima di consentire senza ingiustizia alla pubblicazione dell’opera di altro traduttore”. Nell’aprile del 1953 Tusiani aveva già tradotto in italiano le poesie inglesi di Borgese, corredandole di introduzione e note, senza mai pubblicarle; la pubblicazione avvenne solo nel 1994 (cfr. nota 43). Nel Ponte dell’agosto-settembre 1953, pp. 1289-1304, apparve un saggio di Charles G. Bell, “G.A. Borgese: l’avventura a occidente”, tradotto in italiano da Nello Baccetti, in cui alcune poesie inglesi citate nel testo sono date in nota nella traduzione letterale italiana dello stesso Baccetti. NdT]

[51] Fu pubblicato nel 1951

[52] In realtà, apparve nel numero di novembre 1952 di Divagando (New York), p. 25. [NdT]

[53] Va corretto l’anno: Frances Winwar, La vita del cuore. George Sand e i suoi tempi, trad. Antonia Matera, Milano, Longanesi, 1947. Una ristampa è del 1954. Un’ulteriore ristampa, con presentazione di Mario Monti, è del 1968. [NdT]

[54] The Ardent Flame, a novel by Frances Winwar, [New York-London,] The Century Co., 1927.

[55] Esattamente, nel capitolo 10 di Lady Chatterley’s Lover troviamo: “[…] there was one tiny, tiny perky chicken tinily prancing round in front of a coop, and the mother hen clucking in terror” (“c’era un pulcino piccolissimo e vispo che salticchiava intorno, davanti a una stia, e la chioccia che crocchiava terrificata”. [NdT]

[56] The Golden Round, [New York,] The Century Co., 1928, p. 147. [L’originale suona così: “Under the palms beside the fountain  /she twined pomegranate with orange blossoms /in alternate hues of white and flame,/making a chaplet of pale and fiery stars;/and neatly she bound it /with long strands of palm leaf./As she wove it she murmured /a sad Eastern song of a maiden /that gave her heart for a flower,/only to find in its core /the canker of death”. NdT]

[57] La prima edizione è in realtà del 1945: The Life of the Heart. George Sand and Her Times. A Biography by Frances Winwar, New York-London, Harper & Brothers. [NdT]

[58] In realtà il Decameron tradotto da Frances Winwar uscì nel 1930 (New York, Limited Edition Club), e fu ristampato nel 1955 (New York, Modern Library). [NdT]

[59] Si veda Joseph Tusiani: A Bibliography (On the 30th year of his Professorship in the U.S.A.). Compiled and edited by Pasquale Perretta, [New York,] Fordham University, 1979. [Per aggiornamento ed emendamenti bibliografici si veda Cosma Siani, Le lingue dell’altrove. Storia testi e bibliografia di Joseph Tusiani, Roma, Cofine, 2004. NdT]

[60] John Gunther, il famoso autore della serie Inside America, Inside Europe, ecc., mi chiese di dirgli se la traduzione italiana di uno dei suoi libri da parte di Mondatori fosse buona come gli era stato assicurato. Scherzando, disse a Frances che, lei, non l’avrebbe presa in parola, perché dopotutto io dovevo conoscere l’italiano meglio di lei. [John Gunther, 1901-1970, il cui libro autobiografico, Death Be Not Proud, rievoca la morte del figlio diciassettenne per tumore cerebrale, fu anche autore di romanzi, e appunto della nota serie Inside (Europe, U.S.A., Latin America, ecc.). NdT]

[61] Si veda il mio articolo “Frances Winwar”, nella Parola del bicentenario. [Si tratta del grosso numero della Parola del Popolo, Volume xxvi, Year 68, No. 134, September-October 1976, dedicato al bicentenario dell’indipendenza americana; l’articolo di Tusiani si trova alle pp. 183-184. In un contributo posteriore (“Providential Humiliations”, in Preserving and Promoting Italian Language and Culture in North America, a c. di Gianclaudio Macchiarella, Hermann W. Haller e Roberto Severino, Welland, Ont./Lewiston, NY, Soleil, 1997, pp. 13-25), Tusiani colloca l’episodio in uno dei parties a casa di Gunther, non di Koch. NdT]

[62] [Giuseppe Tusiani,] “For Dylan Thomas on the Day of His Death (Translated [from the Italian] by Frances Winwar)”, The Yale Literary Magazine, cxxii, 2, November 1954, pp. 23-25.

[63] In italiano nell’originale. [NdT]

[64] Si veda sopra, nota 58. [NdT]

[65] Sul “Roma” della Flotta Lauro c’erano due ufficiali che dissero a Frances il loro ricordo personale dei funerali di Eleonora Duse nel 1924. Vengono debitamente menzionati e ringraziati in Wingless Victory. Inoltre, sullo stesso bastimento insieme a noi viaggiavano Robert Merrill del Metropolitan Opera House e Vergil Thompson.

[66] Wingless Victory, a biography of D’Annunzio and Duse (Random House, 1955) fu tradotta in italiano con il titolo Con D’annunzio di fuoco in fuoco (Mondatori, 1956) [da emendare come segue: Wingless Victory. A Biography of Gabriele D’Annunzio and Eleonora Duse, New York, Harper & Brothers, 1956; la traduzione italiana, dovuta ad Attilio Veraldi, uscì in prima edizione presso Mondatori nel 1960. NdT].

[67] Melos cordis, [New York,] Venetian Press, 1955. [In realtà, nella dedica la Winwar usa ancora il nome italiano:“To Giuseppe Tusiani: ecc.”. NdT]

[68] Dietro mio suggerimento, Frances chiese a Cesare Foligno, Alfredo Galletti e Lionello Fiumi di fornire la loro impressione personale di Gabriele D’Annunzio. Nel suo libro, inoltre, Frances utilizzò la corrispondenza familiare di mio zio, Angelo Pisone, rimasto ucciso in combattimento nel 1917.

[69] Fu Lionello Fiumi, da me presentatole, a riferire a Frances la tragica storia degli ultimi giorni di Donatella Cross a Parigi, e di come fu lui a suggerire alla contessa russa, ex-amante di D’Annunzio, la vendita delle lettere di lui a un commerciante ebreo. Fra l’altro, nelle sue ricerche al Vittoriale, Frances scoprì che, smentendo le patetiche bugie di Donatella a Lionello, D’Annunzio le aveva più volte inviato denaro.

[70] Vedi l’organo della Poetry Society of England The Poetry Review, Vol. xlviii, N. 4, ottobre-dicembre 1957, pp. 234-36.

[71] Dal 1959 al 1969. In questo periodo ottenni il maggiore dei riconoscimenti della Society, il premio Alice Fay di Castagnola, per un dramma in versi, If Gold Should Rust, basato sull’omicidio compiuto da Baretti nella Londra del diciottesimo secolo.

[72] Dal 1958 al 1969 fui presidente della Catholic Poetry Society of America, nella cui rivista di poesia, Spirit, ho pubblicato il meglio della mia poesia. Fui l’ultimo a ottenere la “Spirit Gold Medal” assegnata dalla Society.

[73] Spirit, May 1957. [L’originale suona così: “When I was earth, two worlds ago, and you,/Two heavens ago, were light; when I was valley/Changelessly green, and you were harmless breath/Of godhead over me, and all was new,/How did I thank you then? I know the sense/Was gladness inarticulate, first creeping/Into the soul when I awoke, that morning,/A brief and breathing heart, a glance of wonder, /And saw you in a bush – you, space and time,/Transmuted into narrowness of bloom./Ah, worlds have gone and heavens ever since,/And I have not yet found what word is best/To tell the joy of your caressing hand.” La versione italiana è dello stesso Tusiani, e appare in un numero della rivista Realtà, che purtroppo non posso meglio datare che 1957 come termine a quo. NdT]

[74] Si veda Cesare Basini, Raccolta di critiche e cronache d’arte, Roma, Canesi, 1971, pp. 235-39 e 255-56.

[75] Allora ero romanticamente legato alla bella figlia di Lia Spezzano, “Cristina Garden”, il cui talento musicale era già stato riconosciuto da Nick Kenny in più d’un suo programma televisivo, e il cui repertorio italiano l’aveva resa popolare a tutti i telespettatori italiani di WOV. Maria (era questo il suo vero nome) morì di tumore quando non aveva ancora trent’anni (v. Lia Spezzano, La mia stella caduta, Angelo Signorelli Editore, Roma, 1970). Fu a casa di Lia Spezzano che conobbi il Maestro Vincenzo di Crescenzo, scopritore e fautore di Cristina.

[76] Precisamente si tratta del dialetto di San Severo in provincia di Foggia, di cui Testi era originario. Cfr. Nicola Testi, Inferno da La Divina Commedia di Dante Alighieri in vernacolo pugliese, pref. Joseph Tusiani, Firenze, Vallecchi, 1958. [NdT]

[77] Il povero Nicola Testi non vide il compimento del suo lavoro. Morì improvvisamente mentre stava correggendo le prime pagine di bozze della sua traduzione dell’Inferno di Dante. Fu suo figlio, a Trenton, nel New Jersey, a portare a termine il sogno di suo padre.

[78] Vincent Bocchimuzzo, che pubblicò numerosi articoli su Divagando firmandoli come “Il Vecchio della Montagna”, ha lasciato tutte le sue carte al Center for Migration Studies di Staten Island, nello stato di New York. Forse Vincent junior dovrebbe essere sollecitato a una ricerca intorno alla rilevante figura di suo nonno.

[79] Carmine Biagio Iannace è l’autore di Uomini e galantuomini (Firenze, Grafica Toscana, 1970) e La scoperta dell’America (Padova, Rebellato, 1971). Quest’ultimo reca una prefazione di Michele Ricciardelli, fondatore e direttore di Forum Italicum.

[80] La mia traduzione del capolavoro tassiano in versi inglesi uscì alcuni anni dopo. V. [Torquato] Tasso’s Jerusalem Delivered. Translated into verse and with an Introduction by Joseph Tusiani, Rutherford, Fairleigh Dickinson University Press, 1970.

[81] Sarebbe interessante scrutinare le centinaia di recensioni uscite negli anni sull’opera di Frances Winwar, incluse le molte traduzioni che ebbe. Uno studio simile rivelerebbe la vastità della sua reputazione letteraria, in America e fuori.

[82] Quest’episodio mi fu raccontato più d’una volta dalla stessa Frances. Tuttavia, non ho trovato nessuna notizia dell’apparizione a sorpresa di Enrico Caruso alla sua scuola, nel giugno del 1918.

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